Lotta contro le chiudende

 

Occorre, qui aprire una parentesi e rifarci indietro nel tempo, onde meglio comprendere la giustificazione di questa aperta rivolta, resasi necessaria per la difesa delle antiche istituzioni. Fino a tutto il XVIII secolo la proprietà, in linea generale, non esisteva in Sardegna.L’antico diritto sardo non ha  nemmeno un termine che esprima questo concetto. Se nei Condaghi di Silki, di Trullas e di Bonarcado appare larvatamente l'idea di proprietà, questa, in un certo senso, è limitata dagli adempiviri, dagli usi e costumi civili, dai diritti baronali e regi. La stessa Carta De Logu, promulgata, come si sa, da Eleonora d' Arborea pochi anni prima della sua morte, riconosce la proprietà individuale degli animali, ma non del terreno. La proprietà fondi aria si concretizzò lentamente, attraverso una sequela di leggi, ordinamenti, carte, che vale qui la pena di ricordare almeno succintamente.

La Carta d' Arborea divide il territorio del comune chiamato della comunità, perché lottizzato fra gli abitanti per il solo uso temporaneo e dietro il pagamento d'un canone annuo in:

a) Vidazzone -il terreno destinato alla semina ed alle varie coltivazioni: orti, vigneti, ecc.

b) Pradu -il terreno riservato a pascolo. Il contratto -ripeto -al momento della lottizzazione, si faceva per la sola durata d'un anno, perché, al termine di esso, il pradu passava a vidazzone e questo a pradu, affinché la terra riposata, come ha dichiarato al viceré Des Hayes il sindaco di Benetutti, dove, però, questo cambiamento si faceva per biennio, desse maggiori frutti. Va da sé che l'uso dei terreni trasformati in vigneti, orti e frutteti veniva prolungato a favore di quello stesso che tali migliorie aveva apportato. L'utente, però, giuridicamente non ne era proprietario, ma solo ed esclusivamente usufruttuario e poteva, alla fine di ogni anno, esserne estromesso anche con provvedimento improvviso.

-La Carta De Logu parla di “cungiadure” , ma -secondo la interpretazione di Olives -queste non isolavano giuridica- mente il lotto, bensì solo economicamente. La “Cungiadura” era per limitare la zona di sfruttamento lasciata a ciascun abitante; che veniva in tal modo legalmente protetta. In conclusione, il rapporto che passava tra il lottista ed il terreno non era di proprietà ma solo di uso, perché anche nel caso di perpetuarsi -e ciò si verificava di frequente -sotto una qualunque forma- del diritto di sfruttamento della stessa zona di “ vidazzone “ da parte di una stessa famiglia, pur costituendo ciò una quasi proprietà, questa era sempre imperfetta, perché costantemente -come ho detto sopra- sottoposta ad una potenziale rivendicazione da parte della villa.

La legislazione spagnola disponeva ancora l'obbligo a ciascun paese o villa o villaggio di tenere il proprio terreno a “ vidazzone “, ma alternando annualmente le culture, escludendo da questo obbligo tutti coloro che possedevano chiusi o fondi legalmente riconosciuti ,che erano pochissimi e solo per i privilegiati. La pragmatica: tit. 42 -cap. 7, imponeva ancora che prima di procede a culture nei prati e sulle stopie si dovesse chiudere bene -il cungiare della Carta De Logu -la zona sulla quale si desiderava effettuare la semina e, col capitolo successivo, veniva fatto obbligo ai padroni di vigne, orti, tancas, ecc. di tenerle chiuse, perché il bestiame non vi potesse entrare.

Nel 1700, infine, un pregone del duca di S Giovanni dava facoltà a chiunque di chiudersi terreni olivastrati, dai quali però non si poteva fare escludere il bestiame.

Il governo piemontese segui decisamente un'altra via. Nel 1737 faceva obbligo a tutti i proprietari dell'oristanese di chiudere o riparare le chiusure delle vigne, degli orti, in modo che il bestiame non potesse entrarvi, e, pochi giorni dopo, un pregone del viceré dava facoltà a chiunque di chiudersi terreni nei quali si potesse tagliare il fieno, purché vi si costruissero tettoie per il bestiame. Nel 1771 un altro pregone del viceré  Des Hayes disponeva che si dividessero tra i benestanti, che avevano la possibilità di chiuderli, i terreni dove erano olivastri e che fosse permesso a chiunque di chiudere un terreno a scopo di raccogliere foraggio e faceva obbligo ai baroni ed ai

possessori di selve di chiudere i vani esistenti in dette terre, seminandovi ghiande.

 

Non tutti questi provvedimenti vennero applicati con successo, e ciò per varie ragioni, in modo particolare perché, pur contenendo in “nuce”  i postulati della proprietà, erano, allora, troppo avanzati rispetto alla mentalità ed all'uso della Sardegna. Il Gemelli, contemporaneo, nel 1776, sintetizza le cause della povertà della Sardegna principalmente in queste due cose:

1) difetto di libera proprietà delle terre per la comunanza o quasi comunanza di esse ;

2) difetto di chiusura intorno ai fondi.

Ed arriviamo così al 7 gennaio 1831.

In questo giorno una Carta Reale detta norme per meglio promuovere le chiusure e:

a) si minacciano gravi pene contro coloro che distruggono le

chiusure ;

b) si vieta d'introdurre bestiame al pascolo in terreno chiuso, sotto gravi pene, che arrivano perfino alla confisca del bestiame stesso;

c) si vieta a coloro che hanno formato le chiusure d'introdurre il loro bestiame nel pubblico pascolo, salvo che a ciò non siano autorizzati dall'Intendente Provinciale, tenendo conto della quantità delle terre e del pascolo rimanente libero al pubblico. 

Infine la Carta Reale del 9 febbraio 1831 regolava il pascolo in corrispondenza col diritto di chiusura. Precedentemente (da ricordarsi) il 7 maggio 1830 il Re Carlo Felice aveva fissato le seguenti norme:

a) chiunque intenda chiudere terreni di sua proprietà ne farà domanda all'Intendente Provinciale, il quale dovrà. far pubblicare nel comune in cui risiedono i beni da chiudere per invitare a presentare le obiezioni;

b) trascorso il termine di 20 gg. senza che vi sia stata opposizione il proprietario può liberamente chiudere il terreno;

c) per le opposizioni fatte dal comune, riflettenti la libertà e proprietà dei terreni, è competente l'Intendente Provinciale.

Tutti questi Editti e Carte Reali, specialmente quelle degli ultimi anni, sembra, almeno così apparve a quell'epoca, fossero stati fatti col solo scopo di favorire coloro che avevano occupato terre comunali, abbeveratoi pubblici e perfino le vie regie, e che si erano affrettati a chiudere le loro tanche assai vaste col proposito di convalidare l'abuso perpetrato, senza avere la minima idea di promuovervi lavori agricoli.

Nacquero così profondi rancori, specie nei paesi dell'interno, i più colpiti dal provvedimento, che diedero adito ad una vera e propria rivolta, alla quale parteciparono: i pastori- abituati a vagare liberamente senza alcun ostacolo per tutte le parti, onde nutrire i propri armenti e le greggi nelle terre degli altri; il resto della popolazione -che vide incorporate nelle tanche non solo i fiumi, dai quali con la pesca traeva abbondante nutrimento, ma perfino le Vie e le sorgenti, occupate dai singoli e dai comuni. Così l'indignazione popolare raggiunse il culmine.

La rivolta ebbe l'avvio nel 1831, a Nuoro, con demolizioni, incendi, zuffe, e presto si estese al Goceano, dove si rinfocolarono vecchie inimicizie, si bruciarono le chiudende e si diede fuoco agli  alberi. La lotta raggiunse una particolare violenza a Benetutti, mentre a Bono, i nobili, unitisi in lega, si tenevano all'erta, pronti ad intervenire con la forza contro i rivoltosi a difesa dei loro beni, anche se usurpati ingiustamente e con pubblico danno.

II governo regio, venuto tosto a conoscenza di questo disordine, corse immediatamente ai ripari; spedì nel Goceano un forte nerbo di truppe col fermo proposito di domare la rivolta, che venne soffocata nel sangue. Nel settembre di Quello stesso anno, però, il viceré, si vide costretto a creare una Commissione militare per Ozieri e Nuoro, onde reprimere gli abusi dei privati sulle occupazioni delle terre pubbliche e procedere contro i rivoltosi.

Un mese dopo venne creata una Commissione per ricevere i reclami contro le chiusure già praticate e le domande

per far ridurre sotto giusti termini quelle che li eccedessero. Infine, nel maggio 1833, una ordinanza sospese la ricostruzione delle chiusure che erano state denunziate, e si ordinava la parziale distruzione di quelle che per la prima volta erano state erette, anche in terreni particolari d’imperfetta proprietà, senza licenza della Delegazione o Commissione.

Tutto sommato, quindi, questa sollevazione popolare arrecò i suoi frutti. Una Carta Reale del 17 febbraio ed il pregone del 28 maggio 1833 concedevano un indulto a tutti coloro che avevano commesso atti di violenza, durante “quella che non appare esagerato definire una sollevazione popolare “.

Nel censimento del 1839, la popolazione del Goceano risultò essere sensibilmente aumentata rispetto a quel1a del 1771.

Riporto per ogni centro, statistiche precise:

 

Paesi

famiglie

maschi

femmine

totale

Bono

520

1274

1187

2471

Anela

115

318

250

568

Benetutti

“”“”

768

804

1572

Bottida

165

315

346

659

Bultei

176

410

398

808

Burgos

120

266

294

580

Illorai

230

498

510

1000

Esporlatu

78

156

154

310

Nule

94

215

210

425

 

Il numero dei preti, al contrario, rispetto al censimento de11871, era sceso da 34 a 25 In più si avevano 10 frati contro i 35 del 1871 divisi nei due conventi da Monterasu e di Bottida.

Da detto censimento risultò ancora che in tutto il Goceano vivevano 27 famiglie nobili: 16 a Bono con 58 individui, 11 a Benetutti con 42 individui.

Sedate, in ultimo, tutte le discordie, il Goceano marciò compatto per crearsi un avvenire migliore con intenti comuni, e quando la" Grande Madre lanciò il sull’appello per la rivendicazione dei suoi Naturali Confini « assegnatile da Dio », risposero con slancio unanime ed i Suoi Figli si comportarono da EROI.  

Con l'evento della Regione Autonoma Sarda, il progresso di totale rinnovamento iniziato un secolo prima, acquistò un ritmo più intenso: vennero costruite nuove strade, migliorate quelle esistenti, costruiti edifici di utilità pubblica, acquedotti, fognature, potenziate le Scuole di ogni ordine e grado, curata al massimo l'igiene, favoriti i commerci, assicurate le vie di comunicazione -sempre in continuo miglioramento -solcata tutta la" regione da una imponente rete elettrica.

Molto si è fatto, ma moltissimo resta ancora da fare, e, certamente si farà! Così un giorno l' Alta Valle del Tirso, celebrata da poeti e scrittori, raggiungerà alte mete di progresso ed i suoi Figli futuri potranno guardare con occhio amoroso la loro Terra, santificata dal lavoro e dal sangue delle generazioni che li hanno preceduti, e saranno spinti a coraggiosamente oprare per assicurare un sempre migliore avvenire a se stessi e alla Patria.

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